Un’istantanea tra la vita e la morte. L’arte di Georgia O’Keeffe

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Un’istantanea tra la vita e la morte. L’arte di Georgia O’Keeffe

Se c’è una cosa che ricorderò di questa estate è la percezione che non sia mai iniziata. La pioggia incessante, il freddo autunnale, l’apprensione per gli esami universitari che sembrano non finire mai e la noia hanno scandito gli ultimi due mesi in modo non troppo diverso dai precedenti. Ma, come accade in ogni situazione priva di stimoli, il rischio di farvi l’abitudine è sempre dietro l’angolo: basta una settimana di pioggia a farci dimenticare intere estati passate sotto la canicola, con gli occhi quasi allucinati, assetati e alla disperata ricerca di un po’ di ombra.

Per scongiurare il rischio, durante questi ultimi giorni a casa prima di partire per le vacanze ho raccolto i ricordi delle scorse estati: cartoline, dépliant, calamite, giocattoli e libri accumulati in atmosfere ben diverse dai cieli carichi di nuvole di quest’anno. Sapevo che ogni oggetto mi avrebbe riportato con la memoria, se non ad eventi precisi, almeno a sensazioni piacevoli.

In mezzo al ciarpame più vario c’era anche un libro che comprai due anni fa a San Francisco.

Era una giornata luminosa e fredda, solleticata dal vento che incalzava le persone verso i musei, i negozi e il tepore di una tazza di caffè bollente.

Io mi rifugiai in una minuscola libreria dell’usato insieme a mio padre e ai miei fratelli. Mentre aspettavamo che arrivassero degli amici di famiglia, fu un vero sollievo lasciarsi alle spalle quel vento che non dava tregua, in cambio dei soffi impercettibili dei lettori che sfogliavano le pagine dei loro prossimi acquisti.

Fui subito attratta da un libro di dimensioni enormi, dalle pagine ingiallite, ma su cui ancora spiccavano inconfondibili i colori solari delle immagini. A colpo d’occhio, avevo riconosciuto che si trattava di un catalogo delle opere di Georgia O’Keeffe, una pittrice che mi aveva sempre incuriosito per la sua semplicità, quasi controcorrente nel XX secolo, ancora più incomprensibile per me, a cui le nature morte e i colori piatti trasmettono nella maggior parte dei casi un’idea di vuoto interiore.

Eppure, proprio durante quel viaggio negli Stati Uniti, in cui stavo vedendo dal vivo molte più opere della O’Keeffe di quanto volessi, iniziai a subire il fascino inquietante dei suoi fiori enormi, dei suoi vicoli tenebrosi di New York, dei suoi canyon immobilizzati nel sole e dei suoi teschi di animali abbelliti dai fiori; erano immagini per me incomprensibili e che, proprio per questo, avevano bisogno di una spiegazione, o quantomeno di una lunga osservazione.

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Decisi di acquistare il libro, così, un giorno o l’altro, avrei capito cosa pensare di quell’arte così strana.

Era una conclusione a cui sarei giunta solo un paio d’anni dopo, proprio in questi giorni in cui ho ripreso in mano il libro e, finalmente, l’ho letto con attenzione: i dipinti di Georgia O’Keeffe sono ora per me un’istantanea tra la vita e la morte, attimi prima che i fiori si trasformino in vetrini di un microscopio; le ossa, le nuvole e le conchiglie in un’unico alone bianco accecante;  le rocce bruciate dal sole in una cartolina nitida di un paesaggio alieno.

Ciò che di vivo permane e che incanta, in queste immagini, è lo sguardo dell’artista, che ci obbliga a vedere quello che lei ha visto, a riconoscerci nettamente diversi da un oggetto banale come un fiore o una conchiglia e a continuare a guardare, finché la nostra stessa identità si annulla nello sguardo, finché anche noi sentiamo di essere il fiore o la conchiglia.

«Un fiore è relativamente piccolo. Ognuno può associare diverse cose ad un fiore –l’idea dei fiori. Si tende la mano per toccare il fiore-ci si accosta ad annusarlo-magari quasi senza pensarci lo si sfiora con le labbra-o lo si regala per dare gioia a qualcuno. Eppure-per qualche ragione-nessuno vede un fiore-davvero-è così piccolo-non c’è tempo-e vedere richiede tempo, così come fare amicizia richiede tempo. Se potessi dipingere il fiore esattamente così come lo vedo nessuno vedrebbe quel che vedo io, perché lo dipingerei piccolo, quanto piccolo è il fiore.
Perciò mi sono detta –Dipingerò quello che vedo-, cosa il fiore rappresenta per me, ma lo dipingerò grande e la gente si sorprenderà a prendersi del tempo per guardarlo-costringerò perfino gli indaffarati abitanti di New York a prendersi del tempo per vedere ciò che io vedo dei fiori.

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Ebbene-vi ho fatto spendere tempo a guardare ciò che ho visto io e, quando vi siete presi tempo per notare veramente il mio fiore, avete appiccicato tutte le vostre idee sui fiori al mio fiore e scrivete riguardo al mio fiore come se io pensassi e vedessi ciò che voi pensate e vedete del fiore-e non è così.

Quando poi dipingo una collina rossa, siccome una collina rossa non fa scattare in voi particolari associazioni di idee come ha fatto il fiore, dite che è un vero peccato che io non dipinga sempre fiori. Un fiore tocca il cuore più o meno a tutti. Una collina rossa non tocca il cuore di tutti come invece tocca il mio e suppongo che non ci sia ragione per cui dovrebbe farlo. La collina rossa è un pezzo di calanchi dove non cresce più nemmeno l’erba. I calanchi corrono a perdita d’occhio fuori dalla mia porta-collina dopo collina-colline rosse, apparentemente dello stesso tipo di terra che si mescola all’olio per confezionare i colori. Tutti i colori terrosi della tavolozza del pittore sono là fuori, nelle numerose miglia di calanchi. Dal giallo Napoli, passando per gli ocra-terra arancione, rossa e violacea-ai delicati verdi terra. Voi non associate nulla a quelle colline-la nostra terra desolata-che io ritengo la nostra campagna più bella. Dev’essere che non l’avete vista, perciò volete che io dipinga sempre fiori…».

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Nei dipinti di Georgia O’Keeffe, nulla è mai solamente quello che è. L’artista è una divinità che osserva e ama tutto allo stesso modo, l’occhio che trova corrispondenze tra il minuscolo e l’immensità: i versanti sono «nient’altro che le braccia di due colline rosse, che si allungano verso il cielo e lo sostengono»; i vuoti di un osso pelvico diventano finestre da puntare verso l’azzurro, così che sembri di «avere più cielo che terra nel proprio mondo».

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L’adozione di punti di vista originali e impensati è un’arma a doppio taglio: se da una parte assicura alla pittrice un certo consenso di critica, dall’altra rende la sua arte un perfetto binomio di unicità ed incomunicabilità.

Il linguaggio della pittura si sovrappone a quello della vita, della mente e dell’anima, per cui diventa abitudine pensarsi soli in mezzo a tante solitudini diverse, impossibilitati perfino a descrivere in modo inequivocabile la propria incompletezza.

 «Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!» (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore)

Per Georgia O’Keeffe, questa consapevolezza si traduce in due atteggiamenti contrastanti.

Quando è ancora una studentessa, ingenua e alla ricerca del consenso, si vede coinvolta in una lotta tra l’approvazione degli insegnanti e la ricerca della propria identità. Realizza con una certa soddisfazione disegni dal tratto primitivo e marcato, immediatamente snobbati dagli insegnanti con gusti più raffinati; si impegna a migliorare, diventa una delle studentesse più brillanti del suo corso, eppure ammira la libertà e l’irruenza creativa di un compagno giudicato meno talentuoso di lei.

Una volta terminati gli studi, si accorge che l’unica risorsa a sua disposizione è se stessa. Non perché la scuola non l’abbia arricchita, al contrario; nomi, date e tecniche si affollano nella sua testa, togliendole il tempo e la capacità di osservare senza intermediari.

«Ci sono persone che mi hanno fatto vedere le forme-e altre che stimavo molto, persino gente a cui ho voluto bene, che non mi insegnano a vedere nulla. Ho dipinto ritratti che per me sono quasi fotografici. Ricordo che esitavo a mostrare i miei dipinti, a me sembravano così reali. Ma al mondo sono passati come astrazioni-senza che nessuno vedesse che cosa sono».

La strada per conoscere se stessa procede per tentativi e approssimazioni successive. Georgia O’Keeffe segue un percorso inverso rispetto a quello di molti altri artisti. Sente che per creare è necessario fare piazza pulita, partire dal nulla, da ciò che non ha immediati rimandi alla realtà. Solo così l’occhio può liberarsi di tutti i filtri e gli stereotipi che l’hanno appesantito per anni, tornare ad essere indifeso al cospetto delle immagini che lo colpiscono.

La “prima” opera che nasce è Linee blu, due sottili graffi di acquerello su un piccolo foglio bianco.

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Senz’altro per il pubblico questa non è tra le sue opere più riuscite, ma per Georgia segna una svolta: in quei leggerissimi tratti di acquerello blu si concentra la firma autentica dell’artista, il suo sguardo in grado di dominare la varietà del reale e percepirla unicamente come una forma.

«Per me è sorprendente vedere come molte persone separino il concreto dall’astratto. La pittura concreta non è valida, a meno che lo sia anche nel senso astratto. Una collina o un albero non possono essere un buon dipinto solo perché sono una collina o un albero. Un buon dipinto è tale grazie alle linee e ai colori uniti in modo tale che dicano qualcosa. Per me questa è la base fondamentale della pittura. L’astrazione spesso è la forma più definita per la cosa in me vaga, che posso rendere chiara solo dipingendo».

Quando finalmente è un’artista affermata, libera dalle convenzioni, Georgia capisce che, per quanto ostinatamente unica, la sua arte è comunque proiettata verso l’altro.

È perfettamente consapevole che l’unica comunicazione possibile nell’arte è il dichiararsi rassegnati alla sua incomunicabilità. Non spera di essere apprezzata esattamente per ciò che intenderebbe trasmettere con la sua pittura. Non è successo nemmeno ad artisti più celebri di lei:

«Era il periodo in cui la gente non si curava molto di ciò che stavo facendo. Tutti parlavano di Cézanne, con critiche lunghe e impegnate riguardo alla “qualità plastica” delle sue forme e dei suoi colori. Io ero un’estranea. Le mie forme e i colori non erano accettabili. Non avevo niente a che spartire con Cézanne o chiunque altro. Non capivo di che cosa parlassero-perché certi colori fossero meglio di altri. Non ho mai capito cosa intendessero per “plastico”. Anni dopo, quando finalmente visitai il Mont Saint-Victoire di Cézanne, nel sud della Francia, ricordo di essermi messa a sedere e pensare, “Come hanno potuto collegare osservazioni tanto analitiche a ciò che ha fatto con quella montagna?” Tutte quelle parole impilate sul cucuzzolo di quella povera montagna mi sembravano troppe.».

Eppure, nemmeno Georgia è insensibile all’orgoglio dato dal riconoscimento. Sapere che qualcuno si ferma a guardare i suoi dipinti, li ammira o li disprezza, ne rimane estasiato o indifferente, è per lei la prova che la solitudine di ognuno non è una condanna. Per quanto possa sembrare frivolo, il vanto di vedere le proprie opere appese alle pareti della galleria 291 del futuro marito Alfred Stieglitz è enorme: è un tacito assenso alla speranza di Georgia, che nelle sue oscure istantanee tra la vita e la morte racchiude sempre la promessa di un dialogo; un monito a non guardare la realtà semplicemente per quella che è; un invito a rinunciare per un attimo a se stessi, all’indubitabile chiarezza dei propri punti di vista, per amare la complessità anche di ciò che c’è di più banale al mondo.

E la speranza che due solitudini possano per un attimo sfiorarsi trova soddisfazione proprio nei banali miracoli della quotidianità, nel riuscire a rinunciare al proprio sguardo, per comprendere con gli occhi dell’altro.

«Ho paura di volare-ma una volta che l’aereo decolla mi piace ciò che vedo dall’alto e dimentico il pericolo. Una volta trascorsi tre mesi e mezzo volando in tutto il mondo. Rimasi sorpresa dal fatto che ci fossero tante aree deserte con larghi letti di fiumi che passavano in mezzo. Feci numerosi disegni di circa quattro cm2 dei fiumi che vedevo dall’alto. A casa realizzavo versioni più grandi, a carboncino, dei piccoli disegni a matita. I colori che usavo per i dipinti avevano poco a che fare con ciò che avevo visto-il colore cresceva man mano che dipingevo.

All’epoca, Edith Halpert era ancora la mia commerciante e si chiedeva che cosa rappresentassero quei dipinti. Pensava forse ad alberi. Io ritenevo che qualunque cosa pensava che fossero, andava bene-per quel che riguardava me, erano soltanto forme. Ma un giorno vidi un uomo che dava un’occhiata in giro, alla mia mostra dalla Halpert. Lo udii commentare, “Devono essere fiumi visti dall’alto”. Ero felice che qualcuno avesse visto ciò che avevo visto io e lo avesse ricordato nel mio stesso modo».

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