Humans of New York e l’empatia di Brandon Stanton

Lucia De Angelis %e %B %Y 0
Humans of New York e l’empatia di Brandon Stanton

A New York, Brandon Stanton svolge un lavoro davvero singolare. Ogni giorno si avventura per vicoli, strade e parchi in cerca di nuove storie da raccontare attraverso i suoi scatti. Chiamarlo fotografo sarebbe però riduttivo, e insufficienti sono i termini giornalista o reporter.

Dopo essere stato licenziato dal precendente lavoro nel settore borsistico, Brandon cominciò a dedicarsi ad un progetto di geolocalizzazione umana, una sorta di censimento urbano tramite la fotografia: doveva realizzare un catalogo degli abitanti della Grande Mela, associandoli poi ad una posizione sulla mappa della città. Tuttavia, raggiunta la cifra di 10.000 scatti, il progetto subì una brusca  virata: non essendosi limitato a fotografare i soggetti, Brandon cominciò anche ad intervistarli, allegando brevi testimonianze delle loro vite alle foto. Stava prendendo forma così Humans of New York, un blog che oggi vanta 8.790.000 Mi piace su Facebook e 1.557.400 followers su Instagram.

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Per chi non abbia ancora idea di cosa si tratti, suggerisco vivamente di dare un’occhiata alle immagini della pagina e, semplicemente, lasciarsene rapire.

Fotografare migliaia di migliaia di persone, in quattro anni, lo ha fatto riflettere su come approcciarsi a dei perfetti sconosciuti e riuscire a metterli a proprio agio e a farli aprire. Pare che sia tutta un questione di “energy process”, ovvero di un processo empatico che permette di  trasformare una situazione di diffidenza, cioè strana e sgradevole, in una intima e di totale apertura. Quello che interessa  a Brandon non è infatti soltanto la stravaganza estetica o etnica dei personaggi,  che lo renderebbe simile a un reporter di National Geographic, ma la loro unicità individuale. In altre parole: la loro personalità, la monoetnia di cui ciascuno è esemplare unico.

HONY 6HONY 9 Saper mettere le persone a proprio agio non è anzitutto determinato dalle parole pronunciate. Domandare “Posso fotografarti?” o “Scusi posso farle un ritratto?” può portare ad un esito analogo, sia positivo che negativo. Cruciale è invece  l’energia che si trasmette nel contatto umano, appunto.

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Se si è nervosi o ansiosi, l’energia che si trasmette è sgradevole e negli altri si instaura una reazione inconscia di diffidenza, sostiene lo Stanton; ma se chi si approccia è calmo e sereno, il feedback potrebbe essere positivo: e il più delle volte lo è.

Brandon scatta quindi le prime  foto, poi gradualmente comincia a porre delle domande, se le persone sono disposte a lasciarsi leggere. L’obiettivo è attraversare i vari livelli di confidenza per arrivare al cuore dell’altro. All’ inizio le domande sono quindi molto ampie e le prime risposte non sono ancora rilevanti, proprio perché a domande generali seguono risposte altrettanto generiche. Ad esempio:

 -Prova a dare un consiglio

-Sii sempre ottimista.

Le domande generali contribuiscono però a far entrare le persone nella propria confort zone, a farle sentire protette: non devono per forza mettere a nudo la loro personalità. Lo sforzo riguarda il procedere progressivamente dal generale all’ individuale. L’obiettivo di tutto l’energy process (e del lavoro stesso di Brandon) è infatti far apparire ognuno unico e differente dai passanti intervistati precedentemente. Superflui sono quindi i discorsi astratti: né opinioni né filosofie di vita lo interessano, ma le storie concrete  che le hanno determinate. Nel frattempo scatta altre foto mentre questi si esprimono, gesticolano o pensano. Ritornando all’esempio di prima un ulteriore sviluppo potrebbe essere:

-Prova a dare un consiglio.

-sii sempre ottimista.

-Parlami di quando hai provato ad essere ottimista.

Oppure:

- Corri il rischio.

-Parlami di quando non hai corso il rischio ma poi non te ne sei pentito.

O ancora:

-Perdona le persone.

-Chi nella tua vita hai fatto davvero fatica a perdonare?

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Altre volte ci si concentra su determinate emozioni (rabbia, paura, sollievo, soddisfazione) che di necessità sono collegate a singoli eventi specifici nella mente di ciascuno. Lo scopo è sempre portare alla luce una  storia originale proprio perché personale ed irripetibile, connessa a questi forti sentimenti.

A volte succede che alcune domande rimangano senza risposta, ma Brandon non forza nulla, per non infrangere il clima disteso che sa instaurare con i passanti.

Brandon è, a ragione, un maestro di empatia: è in grado di entrare in sintonia con i newyorkesi che incontra al punto da farli aprire come vasi di Pandora, ma dal movimento inverso: emanano speranza, trattenendo i mali e le amarezze della vita.
È così: Humans of New York piace proprio per la sua impostazione umanistica, senza pretese intellettualoidi.

Il successo del blog è tale che oltre ad essere divenuto un libro, sul modello di HONY si sono diffusi a macchia d’olio pagine simili, sempre sui maggiori social network, comprendendo anche altre città del mondo. Per esempio Humans of Dublin, il nostrano Humans of Rome,  il caleidoscopico Humans of India. E ancora Humans of Paris, Humans of London