Mai ti ho promesso un giardino di rose

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Mai ti ho promesso un giardino di rose

Sono sempre stata affascinata dagli enigmi della mente. Ogni volta che qualcosa non funziona, quando anche il punto più insignificante del nostro equilibrio inizia a vacillare, il nostro essere intero perde quella parte di “normalità” universalmente riconosciuta come tale. Eppure, questa perdita non avviene senza lasciare tracce: sul fondo di un caos freddo e irrazionale, o al contrario, eccessivamente lucido, i “normali” (o forse,  «la razza / di chi rimane a terra», come avrebbe preferito Montale) sentono ancora il debole calore di un’armonia andata in cenere, smarrita, ma non perduta per sempre; così, nulla è più propriamente o solamente malattia. La depressione è la pars destruens che precede la costruzione di una nuova personalità, più fluida, duttile e resistente alle lotte della vita; le allucinazioni, una risorsa dell’immaginazione da incanalare e conciliare col mondo reale, per affrontare situazioni più grandi di noi; gli incubi, oracoli delle nostre tenebre interiori, mediatori tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e consapevolezze con cui non vorremmo mai venire a patti.

Spesso mi sono chiesta che cosa provino coloro i quali non sono riusciti, in un preciso momento della vita, a dominare le contraddizioni intrinseche ad ogni essere umano, che cosa li abbia convinti a rinunciare o a trovarsi ad un tratto coinvolti in una disperata lotta contro il mondo e contro se stessi.

Mi dicevo che probabilmente lo avrei capito se solo avessi avuto la possibilità di vedere gli effetti prolungati di una malattia mentale su una persona. Cercavo le lacrime, le urla e i deliri che tanta fortuna hanno procurato alla letteratura (specialmente quella novecentesca) e che mai avevo visto neppure in qualche conoscente di cui ricordo il passato trascorso tra dottori e psicofarmaci.

Così, spinta da una curiosità non propriamente scientifica, mi sono affidata a Youtube certa che avrei trovato i risultati più irrelati e interessanti per la parola “Schizofrenia”.

Ora credo che la malattia mentale sia un volto dell’Ignoto fascinoso per molti più di quanto pensassi. Sorprendentemente, ho trovato quasi immediatamente “Ali spezzate”, un documentario realizzato dal regista ed ex psichiatra newyorchese Daniel Mackler, che racconta la storia di due donne, Catherine Penney e Joanne Greenberg, completamente guarite dalla schizofrenia senza l’uso di farmaci.

Guarda il documentario di “Ali spezzate”: 

Facendo affidamento su queste poche informazioni, per una come me, “normale” da sempre, è stato facile abbandonarsi ad interrogativi maliziosi e diffidenti: quanto erano state realmente malate queste due donne, certo eccentriche, ma di cui nessuno oggi sospetterebbe una profonda esperienza di ospedali e sedute di psicoterapia? Quanto potevano essere diverse da me, nella loro apparenza così quotidiana e ordinaria, due persone che pure avevano combattuto e vinto contro una malattia pervasiva come la schizofrenia?

Due frasi nel documentario si sono rivelate illuminanti, due porte socchiuse che mi hanno convinto ad approfondire la conoscenza di una delle due donne.

La prima è di Joanne Greenberg: «La gente spesso confonde la creatività con la follia. Non c’è creatività nella pazzia; la pazzia è l’opposto della creatività, benché le persone possano essere creative pur essendo affette da una malattia mentale.».
La seconda è della sua psicoterapeuta, la dottoressa Frieda Fromm-Reichmann, sposata allo psicanalista e filosofo Erich Fromm: «Nessun malato mentale è al di fuori della portata della psicoterapia. Il compito dello psicoterapeuta è stimolare il residuo nascosto di sanità del paziente, la forza che giace al di sotto della malattia.».

Sono bastate queste due frasi per trasformare definitivamente la mia curiosità verso i disturbi della mente.

La cultura dell’ultimo secolo ci ha insegnato un approccio pericoloso, superficiale e disfattista verso le malattie mentali. C’è una tendenza inveterata a valorizzarne la tragicità, a contemplare con sguardo poetico e approvante la debolezza cui è ridotta una persona malata. Si cerca, insomma, di ridurre la sofferenza a un atto artistico e sovversivo, quando invece i sintomi che vediamo sono spie di un male reale, che corrode dall’interno le sue vittime.

Sarebbe molto più intelligente subire la seduzione della forza che rimane intrappolata nei pazienti, incapace di esprimersi coerentemente e in modo perentorio sotto la cortina della malattia, ma che continua ad urlare il suo bisogno di aiuto, di salvezza e riappacificazione con la “normalità”.

È forse un ragionamento controintuitivo: come è possibile lasciarsi incantare dalla “normalità”, quando ciò che richiama il nostro interesse è la malattia, che altro non è se non una forma di rottura con la quotidianità?

Sarà anche una constatazione paradossale, ma non indegna di essere ritenuta condivisibile, una volta che avrete letto il romanzo semi-autobiografico di Joanne Greenberg, “Mai ti ho promesso un giardino di rose” (questa è la traduzione del titolo, sfortunatamente però il romanzo non è ancora stato tradotto in italiano ed è reperibile solo in lingua originale).

Uscito nel 1964 sotto lo pseudonimo di Hannah Green, il romanzo racconta la comparsa, la cura e la guarigione della schizofrenia di Deborah/Joanne durante il soggiorno in un ospedale psichiatrico del Maryland.

Non sorprende che, al suo debutto, questo libro abbia ricevuto critiche perplesse: “Difficile”, “Una protagonista incapace di provare emozioni”, “Nient’altro che pagine e pagine di autocommiserazione”.

In pochi avevano capito che Hannah Green e Deborah Blau altro non erano che schermi della stessa persona, una donna vera desiderosa di voltare pagina da un passato di dolore e ammonire i lettori ad avere cara la propria forza.

Joanne Greenberg nacque nel 1932 a New York da una famiglia di ebrei immigrati. A cinque anni subì un’operazione chirurgica a causa di un tumore all’uretra; il primo di una serie di shock che determinarono il crollo della sua salute mentale.

Frequentò la scuola in un periodo in cui gli ebrei erano disprezzati e ghettizzati e, ancora giovanissima, assisté all’omicidio di un compagno di scuola da parte di coetanei.

Questi eventi minarono gravemente la sua fiducia nel genere umano e acuirono il suo senso di isolamento, già sperimentato da tempo a causa di un’intelligenza precoce, cinica e tagliente.

All’età di nove anni cominciò a sentire voci che nessun altro poteva udire. I fantasmi creati dalla sua mente le ripetevano: «Tu non sei una di loro.».

E in effetti, che guadagno si poteva trarre dall’appartenenza a un mondo così feroce, che impunemente feriva, escludeva, torturava e pretendeva di conservare un’aura di santità e giustizia, a prezzo di bugie codarde e vergognosa omertà?

A sedici anni, Joanne era ormai completamente appartata in Iria, un mondo costruito dalla sua mente, e parlava una lingua incomprensibile al resto del mondo.

Ma proprio a causa della malattia e delle stranezze che essa comportava, le delusioni del mondo reale cominciarono a fare intrusione in Iria, fino a trasformarsi in figure di tiranni e dèi irati, che resero inospitale il rifugio di Joanne e cominciarono a distruggerla, ordinandole di farsi del male, tagliarsi le braccia con pezzi di latta affilati o bruciarle con fiammiferi e sigarette.

Tra le preoccupazioni e le speranze dei genitori, Joanne divenne la più giovane paziente dell’ospedale psichiatrico Chestnut Lodge, nel Maryland.

Affidando la propria voce a quella di Deborah, Joanne ci racconta dei suoi quattro anni di metamorfosi e dell’abbandono di Iria (Yr nel libro) a favore del mondo reale.

Deborah vive il periodo iniziale in un’accettazione piena e indifferente di una situazione così marginale: non importa essere considerata malata, non importa trovarsi in un ospedale psichiatrico; lei non è «una di loro».

Ha una forza e una superiorità che gli inferiori non potranno mai comprendere.

Nella sua breve vita è stata regina di Yr, quando ancora il suo regno era un territorio felice e rassicurante; è stata un soldato giapponese, durante la guerra, quando era odiata ed esclusa da tutti ed aveva perciò realizzato di appartenere all’esercito dei nemici.

In ogni tempo della sua esistenza ha comunque mantenuto la consapevolezza di essere fatta di uno nganon (una sostanza, in Yriano) diverso. Il suo corpo e la sua anima hanno sempre avuto una consistenza materiale, vischiosa e velenosa, che ha motivato l’impossibilità di una vicinanza al resto dell’umanità.

Del resto, non è auspicabile la comunanza a una specie ottusa e menzognera: che senso ha cercare di tranquillizzare una bambina di cinque anni, per poi invadere e ferire irrimediabilmente le parti più private del suo corpo? E perché alla nascita di Suzy, la sorellina, nessuno oltre a Deborah ha avuto il coraggio di dichiarare che era un essere disgustoso che meritava di morire?

Non importa essere considerata malata. Meglio malata che bugiarda. Ed è per questo che Deborah si procura, già durante i primi giorni di permanenza, delle profonde ferite alle braccia, così da essere trasferita al reparto D dell’ospedale, quello dove soggiornano i casi disperati, i pazienti che non si lasciano ingannare da falsi riguardi.

In effetti, qui nessuno tenta di raggirare i pazienti; anzi, i malati percepiscono una sinistra comunanza con alcuni dottori e cercano di sollecitarla in tutti i modi. C’è un piacere sadico nel costringere i “sani” ad ammettere che il confine con la pazzia è vertiginosamente labile, che nessuno è poi così estraneo alla perdita di controllo. Ma ancora, questo non ammette il conforto della solidarietà tra pazienti. Deborah inizia per la prima volta ad interrogarsi sulla propria umanità dopo due episodi di brutale sincerità nei suoi confronti: una volta quando Helene, una paziente del reparto D come lei, le tira in testa il vassoio del pranzo, disseppellendo un’energia dimenticata a cui Deborah non riesce a dare un nome –incredulità? umiliazione? rabbia?; un’altra quando McPherson, uno dei dottori, la rimprovera e la prega di non spaventare deliberatamente un collega appena arrivato. «Pensi che i pazzi siano tutti negli ospedali?», le dice, e dopo anni di solitudine Deborah riscopre il rispetto e l’uguaglianza tra esseri umani; tutti siamo sulla stessa barca, tutti dobbiamo combattere contro il demone dell’autodistruzione, ma non tutti abbiamo la fortuna di essere assistiti e sostenuti. C’è chi deve farcela da solo e, a maggior ragione, merita comprensione e rispetto… «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre» (Carlo Mazzacurati).

Questa ammissione di vulnerabilità da parte della realtà della Terra aiuta Deborah a schiudere le porte di Yr alla sua psicoterapeuta, la dottoressa Fried (un eloquente specchio di Frieda Fromm-Reichmann). La dottoressa si muove agevolmente nel mondo della paziente, non cerca di mostrarne l’insussistenza, ma lo accetta e prende ad abitarlo.

Ne studia gli abitanti: Anterrabae, il protettore; Idat, dea bellissima e beffarda; Lactamaeon, divinità caduta; il Raduno, coro schernitore e derisorio che ha Deborah per bersaglio; il Censore, il tiranno che prescrive tutte le azioni di Deborah e proibisce ogni comunicazione tra Yr e la Terra.

Ne apprende il linguaggio: i segreti di Yr sono protetti da metafore; il modo di salutarsi non è “Ciao”, ma “Soffri”.

Ne vede i colori: Yr ha perso per sempre i luccichii dorati della sua nascita; ora Deborah si muove in uno spazio grigio e confuso, trascinata da tempeste e bufere gelide che la colpiscono ogni volta che cerca di gettare un ponte tra Yr e la Terra.

Eppure, Deborah non può e non vuole lasciare Yr. Per quanto lugubre e inospitale, Yr è l’unico luogo in cui sappia orientarsi, la paura e la rabbia le uniche emozioni che conosca, per quanto non sia perfettamente in grado di elaborarle.

Inoltre, gli abitanti di Yr le impediscono di andarsene, la rinchiudono entro le pareti di un vulcano che per esplodere deve essere sollecitato da tagli e bruciature, cose che Deborah si procura senza provare dolore, anzi; che vive con un senso di aspettativa e liberazione.

Ma quando, finalmente, il vulcano esplode, Deborah sente che la deflagrazione è vicina: Yr ha partecipato all’eruzione, c’è una collisione irrefrenabile con la realtà, la vista non è più un’unica macchia grigia e confusa, ma un’esplosione di rosso, il colore del sangue che, metaforicamente, annuncia la lacerazione di Deborah tra i due mondi, prima che avvenga la ricomposizione di una persona nuova nella realtà, quella dei “sani” e dei “normali”.

La dottoressa Fried, come Deborah, è allergica alle bugie consolatorie. Non può dire alla sua paziente di non avere paura: Deborah deve avere paura, deve provare rabbia e un senso di scissione, perché, scemato il terrore, dovrà fare una scelta: la nota, rassicurante oppressione di Yr o una titanica fatica sulla Terra. «Mai ti ho promesso un giardino di rose», ricorda a Deborah; la sfida per salvare se stessi continua anche nella realtà e, anzi, a prezzo di fatiche maggiori, come poi riconoscerà l’autrice una volta guarita, «Se proprio devi soffrire, almeno cerca di soffrire in un modo più intelligente, ok?».

Qual è, allora, il guadagno di una vita al di fuori di Yr? Anche questa, secondo la dottoressa Fried, è una scoperta che Deborah farà col tempo, solo dopo aver imparato a piangere e a urlare la sua sofferenza, anziché nasconderla. Le lacrime e la disperazione eroderanno fino all’ultima parete di Yr e lasceranno un vuoto che Deborah riuscirà a colmare con la stessa quantità di amore, perdono e gioia.

Accettare che Yr non è altro che un’elaborata fantasia, nata dalla mente di Deborah, proprio lei che ha perso il controllo per l’ipocrisia degli esseri umani, è solo il primo passo verso la rinascita.

Per tornare a vivere sulla Terra bisogna prima di tutto apprendere ed emulare le abitudini dei suoi abitanti, i Titani; la realtà non può che essere popolata da eroi, se la vita di ogni giorno si aspetta da loro che sappiano conversare, studiare, innamorarsi, fare sacrifici e comprendere le esigenze dell’altro, sempre sopportando il rischio della sconfitta e il peso dell’insuccesso, senza rimanere schiacciati dalle leggi di un mondo così meraviglioso e tremendo.

Deborah sente che tutto questo è ancora troppo per una come lei, incapace di dare un nome alle emozioni, timorosa a riconoscere lo sbocciare di un’amicizia, disabituata perfino a vedere i colori, che per anni le erano stati negati nel gelido rifugio di Yr.

Ma questo assaggio di libertà tra gli esseri umani dischiude l’esperienza dimenticata del ricordo. Un giorno, all’improvviso, Deborah rivede se stessa da bambina, seduta nel salotto del nonno severo, intenta a leggere un’edizione a figure del “Paradiso Perduto” di John Milton.

Nel volto di Satana riconosce Anterrabae.

Il romanzo si chiude all’interno dell’ospedale, con l’addio ad Anterrabae, l’unico amico del mondo di Yr che fosse rimasto fedele a Deborah in tutti questi anni. Deborah è pronta a trovare altri come lui nella realtà; non cerca più rifugio, perché ora è libera di tuffarsi nella follia più grande di tutte: una nuova vita sulla Terra, indifesa, caotica, ma finalmente vera e piena di significato.

Joanne Greenberg si laureò in Antropologia e Letteratura inglese all’American University di Washington, D.C.. Nel 1955 si sposò ed in seguito ebbe due figli. Il marito, Albert, la incoraggiò a scrivere il suo primo romanzo, “La persona del re”; Joanne scrive tuttora e ha all’attivo tredici romanzi e quattro raccolte di racconti. Ha inoltre una carriera itinerante come lettrice pubblica ed insegnante di scrittura creativa.

Le ultime manifestazioni della sua malattia sono raccontate nel romanzo “Mai ti ho promesso un giardino di rose”.

Oggi è un Titano gentile e creativo. Vive su una Terra che sarebbe potuta diventare la sua tomba, ma che ha preferito fare fiorire. Sarebbe la felicità di un altro Titano che, ancora sano, come Joanne ci ha voluti vigili e grati della nostra forza: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.» (Italo Calvino).

Sito ufficiale di Joanne Greenberg